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Il peso dei bambini:
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Persino Moody's se ne è accorta. Per un momento l'agenzia di rating ha messo da parte tassi, prodotti interni lordi, simulazioni di crescita, classi di valutazione, e ha puntato il dito sul vero problema della società italiana: la denatalità.
Nell'immaginario collettivo la demografia, e la natalità in essa, viene vissuta come un tratto relativamente stabile della società, che riserva poche sorprese. Si nasce, si cresce, si muore. E' questa però una mezza verità. Seppur lentamente infatti le trasformazioni intergenerazionali avvengono e cumulandosi nel tempo ci restituiscono una realtà il cui profilo risulta profondamente mutato. Storicamente in Italia la denatalità è stato certamente un potente motore di tali trasformazioni.
La serie storica che corre dall'unità d'Italia ad oggi ci restituisce alcune interessanti evidenze:

  • il calo della natalità per quanto lento è stato progressivo;
  • ha conosciuto due "crolli" in corrispondenza dei conflitti mondiali – più intenso il primo del secondo - per poi ritornare sui livelli pre-conflitto e da lì riprendere la marcia di decrescita, senza grosse titubanze;
  • dal 1993 la depressione della natalità italiana entra in una area di patologia, con tassi stabilmente sotto la doppia cifra.

Ancora in chiave di evoluzione storica un'ultima notazione di grande interesse per le implicazioni sul dibattito attuale suggerisce che tra ciclo economico e natalità non si ravvisa alcuna relazione evidente. Ad esempio anni di crescita economica hanno coinciso con la crescita della natalità, la metà gli anni sessanta, o all'inverso con una sua decrescita, la metà degli anni ottanta. Negli ultimi anni, sempre più spesso e da più parti, infatti si è messo in relazione diretta la caduta della natalità e la crisi economica. Stando ai dati c'è di che dubitare. Il più recente calo della natalità - che tocca il suo minimo assoluto proprio nel 2014 - sembra più realisticamente attribuibile ad un mix di cause di natura senz'altro anche economiche, lavorative e di disponibilità di servizi di cura – che implicano una incertezza e precarietà di vita e di progettualità - ma che interroga sul versante culturale un cambio di comportamenti e priorità in una società sempre più basata su una visione individualistica dell'esistenza.
Sono questi temi certamente troppo complessivi per passarli in disamina nel breve spazio a disposizione. Ma ciò che è ineluttabile è che i minorenni hanno progressivamente perso peso nella popolazione residente.
Nell'arco dell'ultimo quindicennio, il progressivo allungamento della vita media e il calo della natalità – sempre meno supportata negli ultimissimi anni dalla componente straniera – ha determinato la riduzione del peso dei bambini e gli adolescenti, che passano a rappresentare quote via via minoritarie della popolazione residente: dal 17,2% del 2000 al 16,6% del 2015. Il peso numerico rischia di essere, a meno di una politica illuminata che sappia mettere al centro i bambini al di là della loro consistenza numerica e proprio per rinvigorirla, il racconto di una emarginazione.
Ma non è solo questo, c'è di più. Il mutamento quantitativo implica un mutamento qualitativo. Pochi bambini significa anche il mutamento del loro profilo e una diversa geografia della loro quotidianità, anche solo in considerazione del fatto che su di loro si concentrano attenzioni, aspettative e compiti che in precedenza erano ripartiti su un più ampio numero di coetanei – nella società – e di fratelli e sorelle – nella propria famiglia.
Sotto gli occhi di tutti infatti sono alcuni processi, legati tra loro a doppio filo, fortemente influenzati dalla riduzione numerica di bambini e adolescenti, e intrecciati in modo tale da non poter distinguere in che misura si sostengano l'un l'altro, sempre più pervasivi della società che viviamo:

  • privatizzazione dei figli: i bambini sono in tutti i sensi una affare di famiglia e non della comunità. Anche da un punto di vista fisico sono un bene sempre più spesso e più a lungo confinato negli spazi privati della famiglia. Basta osservare le strade, le piazze, i luoghi pubblici che risultano praticabili con una qualche dose di autonomia solo dalla tarda adolescenza, spesso senza un adeguato apprendistato in più tenera età;
  • destinatari privilegiati di consumi: con un mercato che si rivolge sempre più spesso, e con strategie di penetrazione sempre più affinate e affilate, al segmento dell'infanzia e dell'adolescenza nella consapevolezza che anche in tempo di crisi la domanda su questo segmento, protetta dalle scelte di consumo dei nuclei familiari, risulta più anelastica;
  • iperspecializzazione del mondo dell'infanzia: con il moltiplicarsi di soggetti che operano per i bambini e gli adolescenti sempre più in profondità in recinti sempre più ristretti – che quasi sempre coincidono con uno specifico rischio da cui difenderli o talvolta con un emergente diritto di cui non privarli –. Un fenomeno che spesso induce i genitori a sentirsi inadeguati nella relazione con i propri figli, perché c'è sempre qualcosa che non sanno fare, qualcosa da imparare, qualcosa che se fossero lasciati a loro stessi difficilmente potrebbero dominare, con un conseguente indebolimento del ruolo e con una generalizzata perdita di autorevolezza del mondo adulto;
  • adultizzazione dei bambini: l'obbligo o quasi di seguire tabelle di marcia giornaliere affollate di impegni, scadenze, prove – tra impegni scolastici e extrascolastici sovente imposti dai genitori piuttosto che scelti dai bambini. Un rincorsa nel migliore dei casi o una vera e propria via crucis nel peggiore, che spesso, al di là della evidente fatica, risulta infruttuosa anche in termini di risultati. Al riguardo un recente successo editoriale, ci ricorda che "da ragazzo, Albert Einstein ha trascorso un anno a bighellonare oziosamente. Se non si perde tempo non si arriva da nessuna parte, cosa che i genitori degli adolescenti purtroppo dimenticano spesso".

Quella della denatalità è dunque una rivoluzione profonda, delle peggiori, il cui incedere lento, silenzioso, prolungato ne fa un processo oramai quasi del tutto irreversibile.
Quale peso avranno i bambini nella società italiana del prossimo futuro? Vorremmo concludere, prendendo a prestito le parole di Lorenzo de' Medici "di doman non c'è certezza" ma ahimè su questo fronte sembra già molto, se non tutto, deciso.
Le previsioni dell'Istat - centrale, minima o massima che sia - purtroppo ci dicono che di questo passo i bambini italiani saranno sempre meno e in rapporto alla popolazione saranno certamente pochi. Nel 2065 – in ipotesi di scenario centrale – gli 0-17enni rappresenteranno appena il 15,3% della popolazione residente.
Forse, guardando avanti, agli anni che verranno, resta solo da chiedersi come staranno..



BAMBINI E NUMERI







     
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