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FASE 2: I bambini? Come sempre tanta retorica e poca responsabilita'

di Aldo Fortunati

Siamo dunque in procinto di entrare più compiutamente nella fase 2 e, mentre fervono i preparativi per la riapertura, siamo ancora in attesa di capire come si deve riaprire. Così, lunedì mattina, chiunque abbia questa intenzione, subito dopo aver aperto dovrà mettere il cartello “torno subito” e andare ad acquistare la Gazzetta Ufficiale della Repubblica, per sapere come poter togliere il cartello e iniziare ad operare; fra parentesi, la lettura del decreto prenderà un po’ di tempo: dovrebbe essere, stando alla bozza che circola, un “agevole” testo di 464 pagine e 256 articoli (…!?).

Dalla lettura del decreto si scoprirà – stando alle bozze che circolano – che la distanza di sicurezza è di 1 metro nella metropolitana o su un autobus, di 1,5 metri in un bar, di 4 metri in un ristorante e di 9 metri su una spiaggia; così resterà probabilmente sospesa nell’aria – insieme alle potenzialità di contagio del virus – anche la domanda su quali siano le giustificazioni di una tale distinzione.

Inoltre, si scoprirà che la responsabilità del rispetto delle prescrizioni di cui sopra, oltre che sui singoli cittadini, sarà appannaggio di chi gestisce una attività che comporta catene di produzione o relazione con pubblico/clienti, in attuazione di regole che sono state scritte prevalentemente da soggetti che non conoscono i contesti operativi e che dunque hanno previsto ciò che dovrebbe essere e non piuttosto ciò che può essere.

E infine, se già non bastasse, si potrà constatare che il controllo delle conseguenze della riapertura sulla misura delle condizioni di diffusione del contagio sarà affidato a un raffinato sistema di monitoraggio alimentato da informazioni quotidiane che le regioni trasmetteranno al centro, in una condizione nella quale oggi i dati di cui sopra non sono regolarmente trasmessi dalla maggior parte delle regioni medesime.

Va da sé che in questo quadro ognuno farà quel che il buon senso gli dirà in rapporto al tipo di attività svolta e alla possibilità di limitare i rischi personali nella gestione quotidiana della propria vita, nonché di quella dei propri bambini; non daremmo per scontato che questo produrrà affollamenti nei ristoranti e nei bar, né – in queste condizioni – grandi liste di attesa per accedere nuovamente ai servizi educativi.

I casi internazionali disponibili – a proposito della ripresa dei servizi educativi – ci dicono sia che la ripresa è spesso su base volontaria, sia che, proprio per questo, non c’è né la spinta generalizzata dei gestori a riaprire né la corsa delle famiglie a riportare i bambini a scuola.

Vedremo …

Ma intanto, nelle ultime settimane, molte parole sono state spese per i bambini, quasi sempre confondendo il loro diritto ad essere accolti in una comunità che li riconosce come persone e proprie componenti dedicando loro opportunità educative con il tema di dove metterli quando i genitori vanno a lavorare: tanto spudorata la confusione quanto del tutto evidente che la maggior parte di chi parla dei bambini non sa di cosa sta parlando.

Infatti – tanto per fare un esempio – mentre la commissione sullo 0-6 istituita presso il MIUR discetta della differenza fra didattica a distanza e legami educativi a distanza sentenziando che nella scuola dell’infanzia non è possibile ricondurre alla sola tecnologia della didattica a distanza la relazione educativa, qualcuno pensa di prendere un bambino di uno o due anni e, dopo tre mesi di interruzione della frequenza, riportarlo fino alla porta di un servizio educativo fra le braccia – si fa per dire – di una educatrice che lo accoglie con la mascherina e che lo può toccare solo con i guanti.

Qualcuno vuole per favore ricordare a chi formula questi pensieri che all’inizio di ogni anno educativo la costruzione dell’identità del gruppo sociale che si crea in un nido richiede un graduale processo di ambientamento che si svolge, in stretto rapporto con le famiglie, per alcune settimane? E che l’ambientamento graduale di un bambino in un nido (e magari anche a tre anni in una scuola dell’infanzia) non è la fisima di pedagogisti raffinati, ma l’unico modo di trasformare una funzione di badantato assistenziale in un progetto educativo rispettoso delle persone cui si rivolge, cioè i bambini?

Il tema della riapertura dei servizi educativi – dei nidi e delle scuole dell’infanzia – è un tema serio, molto serio, e proprio per questo meritevole di essere affrontato pensandoci seriamente, a partire dal riflettere e mettere a fuoco le possibili modalità organizzative da adottare per far ripartire il funzionamento ordinario dei servizi con il prossimo anno educativo. Già in altre occasioni abbiamo detto che ci sono solo 100 giorni per fare molte fondamentali e non semplici cose:

  • definire le condizioni di contesto che possono consentire di riaprire

  • definire le condizioni organizzative in cui riaprire (per quanto riguarda l’organizzazione degli spazi, il programma delle attività nella giornata, le modalità di organizzazione della mensa, etc.)

  • definire insieme alle famiglie come organizzare i “contratti di frequenza” per non lasciare nessuno fuori ma per realizzare la probabilmente necessaria riduzione della densità sociale (distribuendo i bambini in tempi diversi di frequenza che tengano conto anche – ma non solo – dei bisogni delle famiglie)

  • definire le risorse di personale necessarie e provvedere alla loro disponibilità nella misura necessaria

  • definire la questione delle rette, evitando che possano essere per qualcuno ostacolo alla frequenza

Mettiamoci al lavoro …

In tutto questo, allargando un po’ lo sguardo, continuano a mancare segnali di un “interesse strutturale” ai temi che riguardano i bambini, anche considerando – visto che ISTAT ce ne parla già oggi inserendo nuove incertezze di ottimismo nelle prossime proiezioni – che nel nostro paese una delle riprove della debolezza delle politiche per l’infanzia (e anche per le famiglie) è il fatto che i bambini sono sempre meno, mentre la attuale condizione emergenziale non sembra certo promettere una ripresa dei progetti di genitorialità.

Perché non troviamo riscontri di attenzione nelle politiche del governo su un tema così straordinariamente evidente e rilevante? Si ricorderà che il Presidente Conte, nel suo discorso di insediamento, affermò che: “questo governo, quale prima misura di intervento a favore delle famiglie con redditi bassi o medi si adopererà, con le Regioni, per azzerare totalmente le rette per la frequenza dei nidi a partire dall’anno 2020-2021”

Siamo alle soglie dell’anno educativo 2020-2021 e, a tre anni dalla riforma dello 0-6, il sistema dei nidi, che continua a tenere fuori dalla porta l’80% dei bambini italiani non ha fatto alcun passo avanti rispetto a tre anni fa, semmai ha diminuito la propria ricettività di almeno il 5% e soprattutto perché poche risorse sono destinate ai gestori e non tutte le famiglie possono pagare una retta.

Allo stesso tempo, il meritorio impegno del Ministro per le pari opportunità e per la famiglia Elena Bonetti per il progetto di un “assegno unico” per le famiglie con figli minorenni fino a 14 anni non ha raccolto il beneplacito di una valutazione collegiale favorevole da parte del governo e non farà parte dei provvedimenti del “decreto rilancio”: nelle parole del Ministro, “sembra che su questa partita non si vogliano trovare le risorse. Questa necessità se non affrontata oggi non vuol dire che scompaia”.

Non possiamo lamentarci se di bambini ce ne sono sempre meno. Se non riusciamo a sostenere strutturalmente le famiglie che hanno figli e ci scordiamo che avere un figlio – non parliamo di averne due o tre – è oggi la principale causa per esporre una famiglia al rischio reale di entrare nella sfera della povertà relativa o assoluta, non possiamo che prendere atto che le donne alla fine rinunciano e, dopo aver ritardato il progetto di fare un figlio oltre la soglia dei trent’anni, ne fanno comunque 1,3 invece dei 2,1 che desidererebbero fare.

E non possiamo stracciarci le vesti sul tema della povertà educativa commuovendoci sui dati relativi alla dispersione, all’abbandono e alla allo scarso rendimento scolastico e ai dati sull’analfabetismo di ritorno continuando a non fare quanto necessario per affermare, a partire dalla prima infanzia e dai nidi, l’idea che l’educazione è una responsabilità sociale non solo da dichiarare ma da far corrispondere a chiari investimenti strutturali.

Siamo seri: meno retorica e più responsabilità.








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