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IMPRESSIONI DI SETTEMBRE - ma cosa c'e' davvero dietro la paura per la riapertura dei nidi e delle scuole?

di Aldo Fortunati

Tanto clamore – e confusione – come se il problema fossero i nidi e le scuole

Sembra che, al di là dei fatti di cronaca che hanno preso campo in questo mese di agosto (uno dei quali, sia detto fra parentesi, ci ricorda che è importante non lasciare madri e bambini da soli), la scena sia adesso per un mix fra crescita dei contagi e riapertura delle scuole, con un messaggio che in sintesi dichiara che la riapertura dei nidi e delle scuole potrebbe rendere più acuta la curva dei contagi producendo l’effetto di dover chiudere nuovamente tutto.

Ora, bisognerebbe intanto ricordare che, se la curva dei contagi è scesa, il fattore più rilevante che ha prodotto questo effetto è stato, insieme alla diminuita densità sociale nei trasporti pubblici, proprio la chiusura delle scuole.

Inoltre, bisognerebbe riflettere sul fatto che, se la curva dei contagi è cresciuta, il motivo è semplicemente che si sono diffusi – o ripristinati – condizioni di incontro sociale non sufficientemente attente ai famosi tre requisiti della mascherina, del distanziamento e del lavaggio frequente delle mani.

Infine si dovrebbe serenamente constatare che, in mancanza di un sistema di rilevazione e mappatura dei contagi (fare 100.000 temponi al giorno in una popolazione di 60 milioni di abitanti vuol dire semplicemente scalfire il tema), ogni possibile situazione di incontro sociale non controllata a monte e non tracciabile a valle fa il gioco del virus.

In tutto questo cosa c’entrano i nidi e le scuole? E soprattutto, sono davvero loro il problema?

La prima cosa che davvero non va è che quando si parla di nidi e scuole si faccia la somma di tutti i rischi dimenticando che nulla di analogo è stato fatto nel caso della ripresa delle attività economiche (molte delle quali non si sono nemmeno interrotte durante il lockdown) o del commercio o dello sport o del divertimento.

La seconda cosa che non va è di considerare un nido o una scuola un contesto fuori dalla possibilità di controllo. Vero è invece che in un nido o in una scuola sappiamo chi è presente – e non perché ognuno scrive il nome che gli pare (il riferimento alle discoteche è voluto) ma perché entrano solamente gli iscritti – ognuno fa parte di un gruppo che non varia nel tempo, ognuno ha il suo posto, ognuno è controllato quotidianamente nel suo stato di salute – e il personale educativo/docente e ausiliario ancor di più – e ci sono sia dispositivi di protezione (tranne ovviamente per lo 0-6) che procedure operative che rendono la situazione, per quanto possibile, controllata.

E la terza cosa che non va davvero è pensare che il rischio deriva dal fatto che bambini e ragazzi siano irresponsabili, capaci solo di sgusciare dalle regole piuttosto che diventarne – ovviamente nei modi e tempi possibili – corresponsabili.

Non è forse proprio questo uno dei compiti della scuola? Di sostenere la costruzione di una cittadinanza consapevole, responsabile e critica? Non è questo uno dei motivi per cui ripristiniamo dell’educazione civica come materia nei programmi delle scuole, a partire dalle scuole primarie?

È ovvio che il principale presupposto per raggiungere l’obbiettivo è intanto che bambini e ragazzi a scuola ci vadano, altro che.

 

La catena dei possibili rischi e i suoi anelli deboli

Certo molte cose potevano essere programmate meglio e per tempo, utilizzando proprio la pausa forzata della chiusura – sei mesi – per fare cose di cui le nostre scuole avrebbero – e hanno da tempo – bisogno. Ma non sembra davvero questo il momento per piangere sul latte versato né per nascondere dietro al non fatto il da farsi.

Piuttosto, analizzando a questo punto i problemi e i rischi, sembra che questi siano – per dire tutta la verità – soprattutto fuori dalla scuola e non dentro alla scuola.

Non è un caso che, accanto alle problematiche della riapertura delle scuole, venga in primo piano quello dei trasporti pubblici, un contesto – questo si – nel quale ogni azione di controllo rischia realmente di essere vanificata alla prova dei fatti per l’oggettiva difficolta di regolare l’accesso ad un sistema nel quale non sembra possibile garantire a ognuno – come invece nel caso della scuola – un proprio posto. Il problema – insomma – sembra ancor di più “arrivare a scuola” e “tornare a casa” che non “stare a scuola”.

E se è vero – come è vero – che la forza di una catena si misura dalla tenuta del suo anello più debole – il tema del trasporto pubblico, più che quello di organizzare il contesto scolastico, sembra il vero – o almeno il più rilevante – tema di attualità.

I nidi e le scuole dell’infanzia – lo 0-6 – sembrano fuori dal problema, considerando che i bambini vanno al nido o alla scuola dell’infanzia quasi esclusivamente accompagnati dai genitori, ma restano affidati al sistema dei trasporti pubblici altri sei milioni di bambini e ragazzi.

Verrebbe da riflettere che sarebbe semmai più il difetto del sistema del trasporto pubblico che la presunta o reale incapienza delle strutture scolastiche a suggerire la opportunità di un mix fra didattica in presenza e didattica a distanza, soprattutto per la scuola secondaria, ma questo è un altro paio di maniche.

L’anello debole interno alle istituzioni educative e scolastiche sembra semmai soprattutto quello di rendere tracciabile efficacemente il contagio nei casi in cui si determini la rilevazione di un caso sospetto. Come spesso accade, le regole definite individuano le responsabilità ma non definiscono altrettanto accuratamente le procedure operative e in particolare i loro tempi di realizzazione.

E così sorge spontaneo domandarsi cosa succede quando – dopo l’avvenuto pronto isolamento di un caso sospetto – il bambino/ragazzo viene riportato a casa dal genitore per sottoporre il caso al Pediatra di Libera Scelta (PLS) o al Medico di Medicina Generale (MMG).

Perché – tanto per dire – se passa qualche giorno per decidere cosa fare e qualche altro per fare un tampone e qualche altro ancora per avere il risultato, il contagio – nel caso ci sia – è già andato a spasso per troppo tempo. Forse pediatri e medici dovrebbero essere dotati di test per fare immediatamente le verifiche del caso, senza vanificare la possibilità di provvedere tempestivamente al tracciamento e agli opportuni ulteriori provvedimenti profilattici.

 

Mai dimenticare a che cosa servono davvero i nidi e le scuole

La pronta chiusura dei nidi e delle scuole e la loro persistente chiusura anche nell’esordio della fase 2 ha certamente costituito il principale elemento di profilassi nei confronti della diffusione della pandemia, ma ha reso visibile anche la fragilità di ogni consapevolezza del valore delle istituzioni educative come indicatore – e elemento di garanzia – del livello di civiltà della nostra comunità sociale.

Sono stati necessari sforzi e pressioni inaudite per riattivare in fase 2 le occasioni di socialità a gioco per bambini e ragazzi, i famosi “centri estivi”, ed è avvenuto alla fine in coda ai ristoranti, ai cinema, ai parrucchieri, alle piscine e agli estetisti.

Anche per questo resta un’ombra di dubbio sul fatto che la programmata riapertura di tutto il sistema educativo e scolastico nelle prossime settimane non derivi soprattutto dal fatto che non avrebbe avuto possibilità di giustificazione il perdurare ulteriore del blocco.

Il rischio della riapertura dei nidi e delle scuole non è infatti nel “rischio covid”, ma innanzitutto il “rischio da mancanza di sguardo”. E in tutto questo, spiace davvero che, quando si ventila la possibilità che ci siano delle possibili marce indietro dopo la riapertura, tornino a galla puntualmente i discorsi sul fatto che questo comporterebbe difficoltà per il lavoro delle mamme, perché non si saprebbe dove lasciare i figli.

Vorremmo davvero sperare – e pensare – che il covid ci abbia almeno fatto capire che i nidi e le scuole non servono per lasciarci i figli quando si va a lavorare, come fossero una sorta di parcheggio funzionale alla puntualità dei ritmi del sistema della produzione.

E, allo stesso modo, vorremmo si fosse capito che le donne non possono continuare ad essere il cuscino per armonizzare e ammortizzare sulle proprie spalle le deficienze delle politiche educative e sociali pubbliche e la scarsa flessibilità del mondo produttivo.

Inutile infine lamentarsi del fatto che ci sono sempre meno bambini. Anche i bambini non sono solo il risultato di un desiderio dei genitori, sono soprattutto la conseguenza di una responsabilità educativa che la comunità assume come naturalmente propria e che in questo modo favorisce e sostiene anche la realizzazione da parte delle giovani coppie del desiderio di avere un bambino.

Sarebbe inoltre bello pensare che anche l’economia – il motore del nostro benessere – abbia avuto modo di riflettere sul fatto che uno degli elementi fondamentali della propria sostenibilità – oltre al fatto di imparare a non sfruttare l’ambiente distruggendolo – è anche quello di pensare che una società che non investe in educazione (e ricerca) è una società votata a ripiegarsi su se stessa e al progressivo declino (come ogni evidenza segnala da tempo, anche prima del covid).

I nidi e le scuole non servono dunque solo – e innanzitutto – ai bambini e ai ragazzi, ma sono l’unica possibilità che abbiamo di interpretare – con “buon senso” – il nostro futuro.

Non dimentichiamolo mai e ringraziamo per questo sempre – e in particolare in queste settimane – educatori, docenti e operatori che stanno lavorando perché i nidi e le scuole italiane tornino ad essere quel fondamentale presidio di inclusione, equità e democrazia che da sempre sono e di cui mai come oggi abbiamo davvero bisogno.

Grazie e buon lavoro a tutte/i.








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