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IMPRESSIONI E DESIDERI PER IL NUOVO ANNO nessuno cresce - ne' se la cava - da solo

di Aldo Fortunati

 

Mentre i numeri si susseguono giorno dopo giorno – a cominciare da quello delle perdite quotidiane da molte settimane ferme nella parte alta della curva – e non rinunciano a richiamarci alla gravità del momento che accompagna il passaggio al nuovo anno, ce ne sono due in particolare che, nel “saldo” dell’anno che scivola alle nostre spalle, danno modo di riflettere su quello che sta accadendo: 700.000 persone non sono più con noi, più che in ogni altro anno nella storia del nostro Paese, mentre, nello stesso tempo, sono nati poco più di 400.000 bambini, meno – questa volta – che in ogni altro anno della storia del nostro Paese.

La sola consolazione disponibile è che quando si tocca il fondo – e questa sembra la situazione nella quale stiamo transitando – le cose non possono che migliorare, sebbene gli aggiornamenti più recenti sull’evoluzione diversificante del covid19 unite alla dimensione monumentale del processo di vaccinazione di massa che ci attende ci avvertono che il nuovo anno che sta iniziando sarà prevalentemente impegnato da un intenso lavoro per creare le condizioni per uscire dalla crisi pandemica.

 

Non siamo convinti – lo abbiamo già detto in altre occasioni – che sia corretto, nè utile, esercitarsi nello sport di commentare le cose avvenute, evidenziando cosa avrebbe potuto/dovuto accadere e quali sono stati i difetti di reazione o di progetto rispetto alla situazione di crisi pandemica nella quale siamo precipitati. Non serve a nulla e distoglie le energie da dove è opportuno concentrarle.

Ma un commento generale vogliamo farlo sul fatto che, come sempre, la prima reazione sia stata anche in questo caso quella di pensare a come mantenere – o ripristinare – le condizioni di vita turbate e scosse dal dilagare della pandemia: non ci riferiamo soltanto al fatto – evidente – che il virus ha espresso una potenzialità globale che non è stata espressa nel comportamento dei governi che compongono la geografia del mondo, ma anche al fatto che il tempo della pausa forzata di molti mesi è stato prevalentemente utilizzato per rincorrere gli eventi e non per anticiparli, nemmeno quando erano del tutto prevedibili e previsti, nè – soprattutto – come spunto per cambiare le prospettive interpretative della realtà.

 

Si è trattato di un gioco che non ha saputo andare oltre alla riproduzione dei soliti falsi dilemmi sulla necessità di tenere in equilibrio salute ed economia, come se fosse accettabile, all’alba del terzo millennio, risolvere tutto in un “si salvi chi può” che la dice lunga sul basso livello di consapevolezza sul fatto che il pianeta che abitiamo richieda equilibri e compatibilità e non il solito gioco di tenere pulito il nostro giardino spostando i problemi altrove, che sia in un altro posto (come è spesso stato nella storia) o che sia lasciandolo in eredità ai posteri (come si prefigura che accada nelle circostanze presenti cumulando debito per riparare, invece che per cambiare, le cose).

E certo non sfugge a nessuno che i bambini siano stati quasi sempre l’ultima delle ultime cose alle quali si è pensato, a cominciare dal fatto che, mentre non sono mancate le solite dichiarazioni roboanti sui loro diritti e sulle conseguenze negative delle restrizioni alla socialità, siamo stati il Paese che ha tenuto più a lungo chiuse – e tuttora la parte prevalente di quelle secondarie – proprio nidi e scuole.

 

Dobbiamo semmai essere contenti che circostanze varie – fra le quali purtroppo il solito riferimento al fatto che “altrimenti le famiglie dove li mettono i bambini?” – abbiano condotto a ripristinare il funzionamento dei nidi e delle scuole dell’infanzia e primarie regolarmente e a determinare forse l’unico caso – mai segnalato all’attenzione come tale – in cui sia stato possibile realizzare il famoso “tracciamento del contagio”, con tutte le conseguenti procedure di isolamento e profilassi.

Dovremmo non dimenticare che se nidi e scuole sono stati luogo sicuro per bambine e bambini e ragazzi – una specie di oasi di socialità protetta pur difficile da raggiungere (il riferimento al dramma dei trasporti pubblici è intenzionale) – questo è stato possibile per l’impegno consapevole, responsabile e indefesso di educatori, insegnanti e operatori che, insieme ai loro coordinatori e dirigenti, hanno organizzato le cose perché questo potesse accadere, a conferma che nidi e scuole non sono solo una delle possibili risorse e opportunità educative, ma quella più importante e fondamentale. Grazie a tutte/i per questo.

 

Ma siamo anche contenti che – sebbene dentro al lapsus che scambia per “recovery plan” il programma “next generation EU” – diversi miliardi sembrano essere destinati allo sviluppo dei nidi e dei servizi educativi per la prima infanzia, una opportunità che potrà far recuperare all’Italia decenni di ritardi e giri di parole riportandola in linea con quello che accade nella comunità internazionale, dove è diffusa la consapevole attenzione allo sviluppo di servizi di educazione e cura per i più piccoli.

Non indugiamo nel dire perché questo è importante – non ha futuro una comunità sociale che non investe in educazione – mentre ci soffermiamo sul fatto che per non vanificare le potenzialità della prospettiva occorre una forma nuova e integrata di governance del processo, in cui sia chiaro da subito che occorre fare sistema tutti insieme e che non vince, né si salva, nessuno se risorse e protagonismi non entrano in gioco condividendo una prospettiva. Bambini e famiglie – e anche chi da tempo lavora con passione per l’educazione – non ne possono davvero più e non meritano un’ennesima beffa.

 

In fondo, basta guardare i bambini quando giocano insieme: nessuno cresce - né se la cava - da solo.

Buon anno a tutte/i !!!








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