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IMPRESSIONI DI MAGGIO Tre le novita', ma tanti i problemi aperti...

di Aldo Fortunati 

 

Sembra che la famosa quota dei 500.000 vaccini al giorno sia un traguardo tagliato e che promette di consolidarsi e, pur facendo finta che non ci sia il problema delle varianti di ritorno da altri paesi – quella inglese ha fatto in tempo ad insinuarsi prima che fossimo difesi e ha fatto i suoi bei danni, quella indiana sembra tutta da verificare – si può in qualche modo dire che i prossimi mesi segneranno un cambiamento positivo, anche tale da lasciare scivolare nel nulla le varie polemiche sulla efficacia dei vaccini che hanno ingombrato e non certo favorito la diffusione di una coscienza sociale sensibile ai benefici derivanti dalla scienza.

Inoltre, il PNRR – brutto nome che mette insieme le parole ripresa e resilienza (quest’ultima ignota ai più e entrambe rivolte al passato) tralasciando di fare riferimento espresso – tranne che nel sottotitolo – alle nuove generazioni, cui pure si rivolge, o almeno dovrebbe – è partito per Bruxelles e quota 4,6 miliardi per asili nido e scuole dell'infanzia e servizi di educazione e cura per la prima infanzia.  

E infine esattamente un mese fa sono state presentate ufficialmente le Linee guida pedagogiche per lo 0-6, il primo documento che cerca di superare, almeno sul piano degli orientamenti pedagogici, quel “corpo calloso” – ne riparleremo fra breve – che tuttora tiene insieme come separati in casa i nidi e le scuole dell’infanzia. In questo stesso periodo ci ha lasciati Giancarlo Cerini, che ha avuto il merito di coordinare il lavoro di elaborazione delle linee guida garantendo qualità di equilibrio al risultato, il ché non avremmo potuto dare per scontate anche solo qualche mese fa.

 

Non ci soffermiamo sul virus, non ne abbiamo le competenze, se non per dire che, nella circostanza, non sembra essersi palesata una capacità di rinnovare immaginario e capacità di azione: 

• le scuole – nelle quali non mancano certo le aree di sviluppo trasformativo per renderle più moderne e adeguate a governare processi di costruzione degli apprendimenti – sono passate indenni dal turbine del covid, mantenendo, anche a distanza (con la dad), la loro vocazione trasmissiva e istruzionale, indifferente alle relazioni e alle individualità;

• sembra proprio che i trasporti pubblici siano gli stessi di un anno e mezzo fa;

• e il mondo del lavoro e della produzione è irrequieto per la debolezza dei ristori, il temporaneo blocco dei licenziamenti e una nuovamente dichiarata riforma della pubblica amministrazione che non mostra di avere – date le circostanze – alcuna delle richieste componenti proattive che dovrebbe avere, promettendo di arrivare nel migliore dei casi tardi.

Quanto ai tanti miliardi che arriveranno, desta preoccupazione la consistente discrepanza fra ciò che è previsto e ciò che servirebbe, per non parlare del fatto che il tema non è solo il “cosa”, ma forse – soprattutto – il “come”. Ma andiamo con ordine:

• il “cosa”: intanto, qualcuno può spiegare a cosa servono nuovi posti per la scuola dell’infanzia, quando la scuola dell’infanzia ha perso negli ultimi 10 anni 1.358 scuole e 4.470 sezioni e, dato il persistente decremento delle nascite, perderà nei prossimi 5 anni almeno 120.000 bambini? 

Inoltre, i previsti nuovi posti di nido – 150.000 – che servono solamente ad arrivare al 33% di copertura mentre tutti sembrano d’accordo nel dire che bisogna puntare almeno al 50%, sembrano derivare da una sovra-stima dei costi di investimento necessari e dal non considerare il vantaggio economico e temporale di fare nuova offerta riconvertendo strutture esistenti e non solo costruendone di nuove.

Perché non siamo capaci di collegare realtà e progetto?

• il “come”: non si tratta di una questione banale, pensando che nel decennio 2006-2016 sono stati distribuite risorse per lo sviluppo dei nidi in modo fortemente favorevole nei confronti delle regioni del sud, che hanno beneficiato non solo di quelle destinate a tutte le regioni, ma anche di quelle destinate a loro specificamente, con i disegni del Piano strategico nazionale e del Piano di azione e coesione; ebbene, il risultato è stato che i servizi sono cresciuti solo al centro e al nord. Più recentemente, dopo le prime quattro annualità del nuovo fondo nazionale per lo 0-6, il sistema non ha registrato alcun incremento, anzi semmai qualche passo indietro. 

Si sommano due problemi entrambi di grande rilievo: se non ci sono nuove strategie di governance dei processi, le differenze regionali non possono che cristalizzarsi; inoltre, finché si pensa a nuova offerta senza affrontare il tema della copertura pubblica dei costi di gestione, la storia ha già chiarito che la nuova offerta non viene fuori.

Perché non siamo capaci di imparare dagli errori del passato?

 

E infine, pensando a quella novità così positiva delle linee guida pedagogiche per lo 0-6, poiché è ovvio a tutti che non sarà la pedagogia da sola a salvare il mondo dei servizi educativi, forse è opportuno – diremmo necessario – intervenire per fare qualche passo avanti non solo per attuare, ma anche per aggiornare l’impianto del Decreto legislativo 65, nel quale si rappresenta ancora, come si diceva, un “corpo calloso” che non consente di sviluppare le potenzialità di integrazione che pur ci sono nello 0-6.

Tanto per cominciare, i requisiti di formazione di educatori e insegnanti sono diversi e questo, oltre ad essere un problema in sé, rende anche non praticabile lo sviluppo di sezioni primavera statali, che sarebbero un buon modo di eliminare gli anticipi e di sviluppare offerta con oneri di gestione a carico dello Stato.

Inoltre, ad oggi, lo 0-3 non rientra nelle materie su cui si costruisce il dimensionamento della rete scolastica, e così 0-3 e 3-6 sono due blocchi che viaggiano su binari paralleli quando se ne fa la programmazione, con una duplice conseguenza critica: che in certi casi – come in quello degli anticipi – i due sistemi entrano in concorrenza, mentre, in altri casi, non si sfruttano possibili sinergie, come nel caso dei polo 0-6 che potrebbero essere realizzati nelle scuole dell’infanzia che perdono sezioni.

E infine, non è possibile che i finanziamenti siano così fortemente diversi per il 3-6 (spesso tutti i costi coperti da parte pubblica) e per lo 0-3 (con le rette a carico delle famiglie e qualche modesta contribuzione non strutturale) e differenziati nelle responsabilità dello Stato, che si occupa sostanzialmente delle scuole dell’infanzia, e dei Comuni, che hanno sulle spalle i nidi.

 

Sia come sia, lo 0-6 naviga in acque a dir poco incerte: 

• il principale elemento di stabilità è dato dagli anticipi, il solo dato che non scende quando avrebbe dovuto trattarsi di un fenomeno ad esaurimento;

• molte scuole e sezioni di scuola dell’infanzia continuano a chiudere senza che ci sia un disegno di riconversione verso sezioni primavera e nidi;

• e i nidi fanno passi indietro, prima della pandemia mancavano all’appello 10.000 posti e i prossimi dati non saranno certo rose e fiori.

Se vogliamo interpretare davvero la prospettiva “nextgenerationeu”, proviamo a fare tre semplici cose:

• trasformiamo “ex lege” gli anticipi in sezioni primavera, ovviamente con i necessari interventi – ma anche rapidi ed economici – sulle strutture;

• facciamo nuovi nidi, sia riconvertendo in poli 0-6 le scuole dell’infanzia che chiudono o perdono sezioni (un dato crescente nel sud e nei piccoli comuni) che costruendo altri nidi;

• carichiamo sulla parte pubblica, ma anche sullo Stato e non solo sui Comuni, i costi di gestione dei nidi, come già succede per le scuole dell’infanzia.

L’educazione dei bambini non è solamente un loro diritto, è anche l’unico modo di guardare con fiducia e speranza al nostro futuro.

Lavoriamoci insieme.








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